Il trovatore al Royal Opera Covent Garden.

Il trovatore continua a riempire la casa del Covent Garden, dimostrando l’appeal sul pubblico di un titolo classico e immortale. La regia è una ripresa – a cura di Julia Burbach – dello spettacolo di David Bösch ideato per lo stesso teatro nel Giugno 2016. Bösch incentra il dramma sui sentimenti cardine dell’opera: gelosia, vendetta e amore simboleggiati dal gigantesco cuore trafitto dalla freccia di Eros che a modi alterni campeggia sul palco. L’opera è notturna e invernale e non ha una collocazione temporale specifica. Mentre Leonora ed Ines vestono costumi storici, gli zingari entrano dalle quinte in stile circense a bordo di una macchina malridotta e una roulotte. Da quest’ultima, non appena il coro termina ‘Vedi le fosche notturne spoglie,’ appare improvvisamente Azucena, divinamente interpretata dal superbo mezzosoprano georgiano Anita Rachvelishvili. Stride la vampa è resa in chiave quasi onirica, il canto dosato sulle tinte dolci e morbide di una sofferenza apparentemente attenuata dagli anni trascorsi.

Ben presto però lo straziante dolore di Azucena esplode in ‘Condotta ell’era in ceppi’ dove la Rachvelishvili emette autentiche cannonate di suono e stabilisce il potere trainante del suo personaggio su tutto lo sviluppo drammatico dell’opera.

Altra punta di diamante dello spettacolo a cui ho assistito il 26 Gennaio è stata la Leonora di Lianna Haroutounian, soprano armeno che a una meravigliosa qualità vocale unisce la classica impressione di naturalezza fondata su tanto lavoro e una tecnica agguerrita. La Haroutounian irradia casto splendore da ogni poro e forse, se proprio una pecca vogliamo trovarle, al suo ‘D’amor sull’ali rosee’ mancava quell’alea di pathos che dovrebbe caratterizzare il suo personaggio nel quarto atto (o per meglio dire Parte IV). Per esempio il si bemolle e il do della ripresa, che soprani leggendari come la Callas e la Gencer potevano filare, sono cantati piuttosto forte e senza grandi espansioni liriche. In generale l’interpretazione della Haroutounian riesce più convincente quando deve esprimere la giovane vitalità e l’energia del suo personaggio piuttosto che l’aspetto dolente e tragico. Ma il suo timbro al contempo caldo e smagliante fa presto dimenticare queste mancanze.

Il versante maschile, per dirlo con le parole di Leonora, ‘non regge a tanto giubilo.’

Nei panni del Conte di Luna doveva originariamente figurare Dmitri Hvorostovsky, la cui sostituzione è stata tristemente  annunciata con largo anticipo durante la stagione. Prescelto a compiere l’ardua impresa è stato Vitaliy Bilyy, che ha fieramente incarnato odio e gelosia ad ogni piè sospinto. Il baritono ucraino ha cantato correttamente, dimostrando di saper maneggiare la sua parte. La porzione più soddisfacente della sua voce è la gamma acuta mentre il centro non è pieno e fluente come l’ascoltatore si aspetterebbe in una voce di baritono.

Forse, se le interpreti femminili fossero state meno straordinarie, Vitaliy avrebbe avuto gioco più facile, così come il Manrico di Gregory Kunde non sarebbe risultato tanto imbarazzante.

E a dire il vero è proprio un peccato perché Kunde ha tante belle idee musicali ed è un fraseggiatore sopraffino. Ma la voce non è stabile, il vibrato eccessivo tanto da produrre una costante oscillazione di suono. Dove tutti lo aspettavano, al do della Pira ovviamente, ha miseramente mancato e le proteste – in italiano! – non sono tardate a farsi sentire. Onestamente, fossimo stati a Parma, dubito che lo avrebbero lasciato continuare; ma gli inglesi hanno un certo self-control come è noto.

Il Ferrando di Alexander Tsymbalyuk e l’Ines di Melissa Alder facevano la lore parte senza infamia e senza lode.

Di alto livello la prova del coro diretto da William Spaulding. Favoloso l’impasto di suono delle sezioni maschili.  La direzione musicale di Richard Farnes alla guida dell’orchestra del Royal Opera in forma smagliante, ha puntato sull’implacabile impeto ritmico dell’opera verdiana. La scelta di tempi piuttosto serrati non ha comunque inibito la sua capacità di respirare col canto.

 

 

 

 

 

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